Alessia Rossi

In questo articolo
- Cosa si intende con il termine “nutrigenomica”?
- La differenza tra nutrigenomica e nutrigenetica, due facce della stessa medaglia
- Qual è la differenza tra nutrigenomica e nutraceutica
- A cosa serve la nutrigenomica?
- Nutrigenomica, obesità e metabolismo
- Nutrigenomica e rischio oncologico
- Nutrigenomica e invecchiamento biologico
- Alimentazione personalizzata e genetica: cosa aspettarsi dalla nutrigenomica?
“L’uomo è ciò che mangia”: questa frase è ormai diventata uno slogan, reso famoso dal filosofo Ludwig Feuerbach già nell’Ottocento. Duecento anni dopo, la biologia molecolare le attribuisce un significato ancora più concreto: il cibo non è solo metafora di vita, ma è anche un insieme di segnali chimici capaci di dialogare con il nostro DNA. E proprio questo dialogo “invisibile” è al centro di una disciplina emergente, la nutrigenomica, che studia come i nutrienti e i composti bioattivi degli alimenti influenzano l’espressione dei geni e, di conseguenza, i processi biologici.
Comprendere queste complesse interazioni tra dieta, geni e salute è un passo fondamentale per pensare sempre di più alla nutrizione come un’alleata della prevenzione, con un obiettivo preciso: vivere più a lungo ma soprattutto vivere bene, in salute e in autonomia. Prima di entrare nel merito, però, è necessario chiarire cosa significa nutrigenomica e qual è la differenza con la nutrigenetica: scopriamola insieme.
Cosa si intende con il termine “nutrigenomica”?
La nutrigenomica è la disciplina che studia come i componenti della dieta – macronutrienti, micronutrienti e composti bioattivi – influenzano l’espressione dei geni e la funzione del genoma. Si tratta di un’area di ricerca nata dall’incontro tra nutrizione, biochimica e genetica, che esplora il legame profondo tra ciò che mangiamo e il modo in cui il nostro organismo funziona nel tempo.
La differenza tra nutrigenomica e nutrigenetica, due facce della stessa medaglia
La nutrigenomica, spesso chiamata genomica nutrizionale, non va confusa con la nutrigenetica. I due termini vengono spesso usati insieme perché descrivono due aspetti complementari ma opposti dello stesso fenomeno, ossia il dialogo tra cibo e DNA: per questo, talvolta vengono descritti come “due facce della stessa medaglia”.
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La nutrigenomica studia come i nutrienti e i composti bioattivi degli alimenti influenzano l’espressione dei geni, delle proteine e dei metaboliti nelle nostre cellule, cioè il modo in cui possono "accendere" o “spegnere” determinati processi biologici; in altre parole, osserva cosa fa il cibo ai nostri geni.
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La nutrigenetica, invece, analizza il percorso contrario, quindi cosa fanno i geni al cibo: studia come il nostro profilo genetico individuale (il genotipo) influenzi la risposta dell’organismo alla dieta; in pratica fornisce una delle possibili spiegazioni del perché persone diverse possono reagire in modo differente agli stessi alimenti e perché un modello alimentare efficace per qualcuno potrebbe non esserlo per un altro.
Sebbene si tratti di approcci distinti, entrambe puntano a comprendere le interazioni tra dieta e genoma per passare da raccomandazioni dietetiche “generiche” per ampi gruppi di persone a una nutrizione sempre più precisa e personalizzata, capace di prevenire o gestire malattie croniche basandosi sul profilo genetico unico di ciascuno di noi.
Questo “dialogo” è inoltre strettamente collegato all’epigenetica, la disciplina che invece studia i processi che inducono dei cambiamenti ereditari nell’espressione dei geni, senza però alterare la sequenza del DNA.
Molti composti presenti negli alimenti possono influenzare questi meccanismi epigenetici, creando un ponte diretto tra nutrizione, regolazione genetica e salute nel tempo.
Qual è la differenza tra nutrigenomica e nutraceutica
Nutrigenomica, nutrigenetica e… nutraceutica: sappiamo bene quanto tutti questi termini possano creare confusione. Abbiamo appena visto come nutrigenomica e nutrigenetica, pur avendo differenze sostanziali, sono complementari. La nutraceutica, invece, riguarda un ambito distinto. Il termine – coniato dal Dr. Stephen DeFelice nel 1989 – nasce dalla fusione di “nutrizione” e “farmaceutica”, e indica una disciplina che si concentra sullo studio dei potenziali effetti benefici sulla salute di alcune sostanze presenti negli alimenti o derivate da essi.
Per semplificare, possiamo dire che la nutrigenomica indaga i meccanismi genetici e molecolari attraverso cui la dieta influenza la nostra salute, mentre la nutraceutica si concentra sull’uso mirato di composti alimentari a scopo salutistico. Entrambe le discipline contribuiscono a supportare un invecchiamento sano e una longevità ottimale, ma operano su piani differenti e non sono del tutto sovrapponibili.
A cosa serve la nutrigenomica?
La nutrigenomica nasce con un obiettivo: capire come il rapporto tra alimentazione e patrimonio genetico possa diventare uno strumento di prevenzione biologicamente mirato. Studiare l’interazione tra nutrienti ed espressione genica ci permette infatti di osservare come la dieta influenzi alcuni dei processi biologici fondamentali, come il metabolismo, la risposta infiammatoria e la regolazione cellulare, centrali sia nell’invecchiamento sia nello sviluppo delle malattie croniche.
La letteratura scientifica descrive gli alimenti non solo come “carburante”, ma come veri e propri “segnali biologici” in grado di interagire con i sistemi di regolazione genetica ed epigenetica. In questo senso, le scelte alimentari possono contribuire a orientare l’attività dell’organismo nel tempo, sostenendo la stabilità cellulare e riducendo fattori di rischio associati a disturbi metabolici, tumori e patologie legate all’età.
Nutrigenomica, obesità e metabolismo
Tra le condizioni più studiate dalla nutrigenomica ci sono l’obesità e le malattie metaboliche. Una ricerca del 2023 mostra che la dieta può avere un’influenza sull’attività di geni coinvolti nell’accumulo di grasso, nella sensibilità all’insulina e nella regolazione dell’appetito.
La suscettibilità all’obesità non dipenderebbe quindi da un singolo gene o da una singola abitudine alimentare, ma da una complessa interazione tra patrimonio genetico, ambiente e comportamento alimentare.
Gli studi di nutrigenomica suggeriscono quindi che alcuni “pattern” dietetici possano modulare reti genetiche legate al metabolismo energetico e all’infiammazione cronica di basso grado, un fattore determinante nelle malattie metaboliche. Questo aiuta a spiegare perché il rischio di diabete o obesità si costruisce nel tempo, e perché le strategie nutrizionali personalizzate potrebbero rappresentare uno strumento importante di prevenzione.
Nutrigenomica e rischio oncologico
Numerosi composti bioattivi presenti negli alimenti — come polifenoli, carotenoidi, acidi grassi omega-3 e fibre alimentari — sono studiati dalla nutrigenomica per la loro capacità di influenzare vie cellulari coinvolte nella proliferazione, nella morte programmata delle cellule e nella risposta infiammatoria.
Con un “ma” importante: la nutrigenomica non sostiene che il cibo possa curare il cancro.
Ci permette di capire, ancora una volta, come l’alimentazione possa modulare, e in certi casi ridurre, alcuni dei processi biologici associati al rischio tumorale.
Nutrigenomica e invecchiamento biologico
Le interazioni tra dieta ed espressione dei geni sono ovviamente rilevanti anche nei processi di invecchiamento. L’età biologica non dipende solo dal tempo che passa, ma dal delicato equilibrio tra danni cellulari e abilità dell’organismo di ripararsi. Uno studio pubblicato su The Journal of Nutrition nel 2016 suggerisce che modelli alimentari ricchi di alimenti vegetali, fibre e composti antiossidanti – come la dieta mediterranea – abbiano un impatto sui sistemi genetici coinvolti nella protezione delle cellule e nella regolazione dell’infiammazione, due meccanismi centrali per invecchiare in salute.
Tra i processi più studiati ci sono le strategie per ridurre la velocità di accorciamento (protezione) e quelle per l’allungamento dei telomeri (ripristino), cioè le estremità dei cromosomi che tendono ad accorciarsi naturalmente con l’età e per questo sono considerati gli “orologi biologici” dell'invecchiamento. La ricerca osserva come, insieme ad altre sane abitudini, certi nutrienti – ad esempio folati, antiossidanti e zinco – e abitudini alimentari possano influenzarne la lunghezza (telomerasi), proteggendo il DNA dai danni ossidativi e rallentando la senescenza cellulare.
Alimentazione personalizzata e genetica: cosa aspettarsi dalla nutrigenomica?
Ma quindi, esiste davvero una dieta nutrigenomica o nutrigenetica valida per tutti? È una domanda piuttosto frequente, ma la risposta richiede alcune precisazioni importanti. Innanzitutto, non esistono regimi alimentari “universali” costruiti su un singolo test genetico, né protocolli che possono modificare o “correggere” il DNA.
I test nutrigenetici, oggi sempre più diffusi, analizzano specifiche varianti genetiche associate al metabolismo dei nutrienti, alla risposta glicemica o alla gestione dei lipidi. Possono offrire informazioni molto utili in ambito della ricerca e della prevenzione, ma non rappresentano diagnosi mediche, né prescrizioni dietetiche.
Le principali società scientifiche sottolineano infatti che questi esami devono essere interpretati da professionisti qualificati e inseriti in una valutazione più ampia, che tenga conto di stile di vita, storia clinica e biomarcatori metabolici reali. Il profilo genetico è quindi solo uno dei fattori che impattano la salute: l’abbiamo visto parlando di longevità, quanto l’ambiente, il comportamento, l’attività fisica e ovviamente l’alimentazione quotidiana restino dei determinanti centrali.
La prevenzione primaria e la medicina personalizzata stanno diventando il nuovo standard: la nutrigenomica ci mostra quindi che il cibo non è “solo” nutrimento ma informazione biologica. Capirlo – e indagarlo – significa costruire, giorno dopo giorno, una traiettoria di salute più lunga, certo, ma soprattutto più solida.
Scritto da
Alessia Rossi
Redazione ViviReale
Riferimenti bibliografici
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Farhud, Zarif Yeganeh et al., 2010, Nutrigenomics and Nutrigenetics, Iranian Journal of Public Health
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