Alessia Rossi

In questo articolo
- Cosa sono i biomarcatori?
- A cosa servono i biomarcatori (e perché vanno interpretati con cautela)
- Quali sono le principali tipologie di biomarcatori
- Alcuni esempi di biomarcatori
- Biomarcatori cardiovascolari e metabolici
- Biomarcatori oncologici
- Biomarcatori neurologici e neurodegenerativi
- Prevenire prima di curare: il ruolo prezioso dei biomarcatori
Nella medicina contemporanea c’è un termine che continua a tornare sempre più spesso: stiamo parlando di biomarcatori, ossia dei segnali biologici misurabili che aiutano a leggere ciò che accade nel nostro organismo. Nel contesto della ricerca di una longevità sana, il loro valore diventa ancora più evidente, in quanto permettono di osservare processi invisibili a occhio nudo e di intercettare degli “squilibri” prima che si trasformino in una malattia conclamata. La letteratura scientifica, però, sottolinea come questi segnali non predicano il futuro in modo deterministico: piuttosto, forniscono informazioni dinamiche sullo stato di salute, aiutando medici e ricercatori a costruire strategie di prevenzione personalizzate e mirate.
Capire cosa sono i biomarcatori, quali sono le principali tipologie e come vengono utilizzati significa quindi comprendere meglio come la medicina sta evolvendo: da un approccio centrato sulla cura a uno orientato alla gestione proattiva della salute.
Cosa sono i biomarcatori?
Il termine biomarcatore, che significa letteralmente “marcatore biologico”, indica una caratteristica biologica misurabile in modo accurato e riproducibile, capace di fornire informazioni su processi fisiologici, patologici o sulla risposta dell’organismo a un trattamento. Diversamente dai sintomi percepiti dal paziente, come ad esempio il dolore o la stanchezza, i biomarcatori rappresentano tracce oggettive dello stato di salute, osservabili dall’esterno: in pratica, sono come delle “impronte digitali” del corpo, che aiutano a capire cosa sta accadendo prima della comparsa dei sintomi.
Può trattarsi di una molecola nel sangue, di una proteina, di un gene, di un segnale di imaging, di un parametro cellulare o metabolico, ma in ogni caso per essere considerato “affidabile” il biomarcatore viene sottoposto a un processo di validazione rigoroso. Deve infatti:
-
essere specifico, identificando e misurando davvero il fenomeno biologico che intende rappresentare (senza essere influenzato in modo significativo da fattori estranei o confonderlo con altri);
-
mantenere risultati coerenti nel tempo;
-
essere pratico da raccogliere nella routine clinica.
A cosa servono i biomarcatori (e perché vanno interpretati con cautela)
Da anni i biomarcatori sono al centro della ricerca biomedica, e nella pratica clinica hanno applicazioni fondamentali perché possono:
-
contribuire alla diagnosi precoce e allo screening;
-
aiutare a monitorare l’evoluzione di una malattia;
-
valutare la risposta a un trattamento;
-
accelerare lo sviluppo di nuovi farmaci.
Proprio per questa loro funzione predittiva e prognostica, i biomarcatori sono strumenti potentissimi, che vanno però interpretati con cautela. La letteratura scientifica spiega che il rischio è quello di confondere un biomarcatore con un reale beneficio clinico: aggiustare un valore di laboratorio non significa migliorare in maniera automatica la salute complessiva della persona. Questo non riduce l’importanza dei biomarcatori, ma ci ricorda – sempre – quanto i sistemi biologici siano complessi: un singolo numero o parametro non può riassumere l’intera dinamica di una malattia.
Il loro valore non risiede tanto nel singolo dato isolato, quanto piuttosto nell’interpretazione contestuale: un biomarcatore acquista infatti significato quando viene integrato con la storia clinica, lo stile di vita e gli altri parametri della singola persona.
Quali sono le principali tipologie di biomarcatori
I biomarcatori non sono tutti uguali, ovviamente, ma vengono classificati in base alla funzione che svolgono e al tipo di informazione che forniscono, o ancora allo scopo clinico. Da questo punto di vista, le categorie principali sono i biomarcatori diagnostici e prognostici, ma è bene sottolineare come queste non si escludano a vicenda: lo stesso biomarcatore può avere infatti più funzioni.
I biomarcatori diagnostici aiutano a identificare la presenza di una malattia o di uno stato patologico, come ad esempio nel caso della troponina che permette di diagnosticare (o escludere) l’infarto del miocardio. Come suggerisce il nome, invece, i biomarcatori prognostici forniscono informazioni sul decorso futuro di una malattia, aiutando a stimare il rischio di peggioramento o complicanze. Un esempio noto è rappresentato dalle mutazioni dei geni BRCA1 e BRCA2, associate a un rischio significativamente più alto di tumore al seno e all’ovaio. Sono quindi segnali fondamentali per personalizzare le strategie preventive o terapeutiche e per monitorare l’efficacia dei trattamenti nel tempo. In altre parole, un biomarcatore diagnostico risponde alla domanda “Cos’ha il paziente?”, mentre un biomarcatore prognostico aiuta a prevedere “Come evolverà la malattia?”.
Accanto a queste categorie, particolarmente rilevanti nello sviluppo dei farmaci, troviamo i biomarcatori predittivi (o di risposta), che indicano invece la probabilità che un paziente risponda a uno specifico trattamento. Sono centrali nella medicina personalizzata perché aiutano a scegliere la terapia più efficace o a evitare farmaci che potrebbero risultare inutili o dannosi. Infine, i biomarcatori farmacodinamici (o d’attività) misurano la risposta biologica dell’organismo a un intervento terapeutico: il cambiamento del biomarcatore segnala che il trattamento sta producendo un effetto misurabile, offrendo informazioni preziose su efficacia, dosaggio e meccanismo d’azione.
Indipendentemente dalla funzione clinica, i biomarcatori possono essere classificati anche in base alla loro natura biologica:
-
molecolari, cioè molecole misurabili come DNA, RNA, proteine o metaboliti: in questa categoria rientrano anche i biomarcatori genetici, ad esempio mutazioni del DNA associate a tumori o proteine plasmatiche indicative di infiammazione;
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cellulari, nel caso di particolari tipi di cellule o alterazioni morfologiche, come le cellule tumorali circolanti nel sangue;
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di imaging, ossia caratteristiche rilevabili tramite TAC, risonanza magnetica o PET, che evidenziano cambiamenti strutturali o funzionali nei tessuti.
Alcuni esempi di biomarcatori
Alcuni biomarcatori sono noti ormai da decenni e fanno parte degli esami di routine, mentre altri appartengono alla medicina di precisione più recente e aiutano a stratificare il rischio, monitorare l’evoluzione di una patologia o prevedere la risposta a un farmaco.
Biomarcatori cardiovascolari e metabolici
Tra i più noti ci sono i biomarcatori legati alla salute cardiometabolica. Il colesterolo LDL e HDL, i trigliceridi e la glicemia sono indicatori fondamentali per stimare il rischio cardiovascolare e metabolico. L’emoglobina glicata (HbA1c), ad esempio, non fotografa solo la glicemia di un momento, ma fornisce una misura dell’andamento medio degli zuccheri nel sangue negli ultimi mesi, diventando uno strumento chiave nella diagnosi e nel monitoraggio del diabete. Anche la proteina C-reattiva (PCR) prodotta dal fegato è un biomarcatore importante: segnala la presenza di uno stato infiammatorio sistemico. È bene sottolineare che non indica una malattia specifica, ma aiuta a valutare il livello di infiammazione di fondo, che può essere associato a diverse condizioni croniche.
Biomarcatori oncologici
In oncologia si parla spesso di marcatori tumorali, molecole misurabili nel sangue o nei tessuti che possono aiutare nella diagnosi, nel monitoraggio o nella valutazione della risposta alle terapie. Un esempio è il PSA (antigene prostatico specifico), utilizzato nel contesto delle patologie prostatiche: non è specifico del tumore alla prostata e può aumentare anche in condizioni benigne, ma rappresenta uno strumento utile per monitorare la salute prostatica e supportare la diagnosi. Oppure il CA-125 è un biomarcatore ampiamente utilizzato per monitorare il trattamento del tumore ovarico e per rilevare eventuali recidive dopo il trattamento. Come sempre, però, la ricerca scientifica evidenzia come raramente questi biomarcatori siano strumenti diagnostici autonomi: vengono interpretati insieme ad altri esami clinici e strumentali e aiutano a monitorare nel tempo e a valutare l’efficacia delle terapie.
Biomarcatori neurologici e neurodegenerativi
Negli ultimi anni la ricerca sui biomarcatori delle malattie neurodegenerative ha fatto passi importanti, soprattutto nello studio dell’Alzheimer. In questo caso, si studiano soprattutto due proteine come la beta-amiloide e la proteina tau, strettamente legate ai meccanismi della malattia. La beta-amiloide è il principale componente delle placche che si accumulano nel cervello, per cui una sua riduzione nel liquido cerebrospinale è associata al processo di deposito nei tessuti cerebrali. Al contrario, nei soggetti affetti da Alzheimer aumentano i livelli di proteina tau, che tende a ripiegarsi in modo anomalo formando aggregati tossici per i neuroni e contribuendo alla loro progressiva degenerazione. La particolarità di questi biomarcatori è che le loro alterazioni possono essere osservate molti anni prima della comparsa dei sintomi clinici dell’Alzheimer, in alcuni casi anche decenni. Questo li rende strumenti centrali non solo per supportare la diagnosi precoce, che ovviamente rimane fondamentale, ma anche per monitorare l’evoluzione della malattia e valutare l’efficacia di nuovi trattamenti.
Prevenire prima di curare: il ruolo prezioso dei biomarcatori
Molti biomarcatori fanno già parte della medicina quotidiana, anche se raramente li percepiamo come tali. Come abbiamo visto, infatti, esami del sangue, parametri metabolici, indicatori infiammatori e ormonali sono strumenti che permettono di intercettare alterazioni biologiche prima che si traducano in malattia. La ricerca sta ampliando questo patrimonio di informazioni: oggi si studiano biomarcatori sempre più precisi, ottenibili anche con metodi non invasivi — ad esempio attraverso saliva o urina — e integrabili con dati clinici digitali e strumenti di analisi avanzata.
L’obiettivo non è quello di moltiplicare i test e i controlli medici, ma migliorare la capacità di leggere il rischio individuale: i biomarcatori predittivi aiutano a identificare i soggetti più vulnerabili e a orientare interventi preventivi mirati, spostando il baricentro della medicina dalla “reazione” alla prevenzione.
Tuttavia, è di nuovo importante sottolineare come nessun biomarcatore possa sostituire la valutazione clinica complessiva della persona. Si tratta di strumenti di supporto, preziosi certo, ma non di verdetti definitivi: il loro significato emerge solo quando vengono interpretati nel contesto della storia personale, delle abitudini e dei fattori di rischio individuali. In definitiva, questi “segnali” rappresentano una lente sempre più raffinata attraverso cui osservare il corpo umano, senza però “predire il destino”. Quello che fanno è aiutare a ridurre l’incertezza offrendo segnali precoci e misurabili di ciò che accade nell’organismo, ed è proprio in questa capacità di anticipare e orientare le scelte di salute che risiede il loro contributo più importante alla medicina del futuro.
Scritto da
Alessia Rossi
Redazione ViviReale
Riferimenti bibliografici
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Aging Project UniUPO, s.d., Glossario: biomarcatore
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AIRC, s.d., Marcatori tumorali: guida agli esami
-
AIFA, s.d., I biomarcatori: strumento prezioso per lo sviluppo di nuovi farmaci
-
HBM4EU, 2018, Biomarcatori: cosa sono e perché sono importanti
-
EUPATI, s.d., Biomarcatori nella ricerca clinica
-
Strimbu & Tavel, 2010, What are biomarkers?, Current Opinion in HIV and AIDS
-
European Society of Medicine, s.d., Biomarkers in clinical practice: challenges and opportunities
-
Centro Alzheimer, s.d., Biomarcatori ematici per la diagnosi dell’Alzheimer
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