PFAS: cosa sono e come possiamo limitare l’esposizione?

Cosa sono i PFAS, in quali alimenti e oggetti di uso comune li troviamo e come possiamo ridurre l'esposizione a queste sostanze?

Angela Osti

8 minuti
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Argomenti trattati
In questo articolo
  • Cosa sono i PFAS
    • Differenza tra PFAS e PFOA
  • Dove si trovano i PFAS
    • PFAS nei cosmetici
    • PFAS negli alimenti
    • PFAS nell’acqua potabile e minerale
  • Le zone geografiche colpite dai PFAS
  • Quali sono gli alimenti più soggetti alla contaminazione da PFAS?
    • Quali sono i possibili effetti dei PFAS sulla salute?
    • Come monitorare i PFAS nell’organismo
  • Come proteggersi dai PFAS
  • Si può davvero eliminare la contaminazione da PFAS?

Negli ultimi anni il termine PFAS è entrato stabilmente nel linguaggio comune, alimentando un diffuso senso di incertezza e preoccupazione. Se ne parla in relazione all’acqua potabile, ai cibi, ai cosmetici e perfino agli oggetti di uso quotidiano. Queste sostanze, note come “inquinanti eterni”, devono il loro nome alla straordinaria resistenza alla degradazione biologica e ambientale: una persistenza che nel corso del tempo consente loro di accumularsi nell’ecosistema e nell’organismo umano.

Oggi il dibattito sui PFAS coinvolge sempre più da vicino la salute. La ricerca scientifica sta infatti analizzando il possibile impatto dell’esposizione prolungata a questi composti sui meccanismi biologici legati all’invecchiamento, aprendo una riflessione più ampia sulla longevità. Comprendere in che modo l’esposizione cronica a queste molecole possa influenzare i processi infiammatori, metabolici e ormonali significa interrogarsi non solo sulla durata della vita, ma soprattutto sulla qualità degli anni vissuti in buona salute.

Ma facciamo un passo indietro. Quando parliamo di inquinamento da PFAS, cosa intendiamo esattamente? In questo articolo cercheremo di indagare cosa sono i PFAS, dove si trovano e quali possibili effetti hanno sulla salute.

Cosa sono i PFAS

L'acronimo PFAS sta per “sostanze perfluoroalchiliche”. Si tratta di una vasta famiglia chimica che comprende oltre 10.000 composti di sintesi industriale, creati dall'uomo a partire dalla metà del Novecento. La loro caratteristica principale risiede nel legame chimico tra carbonio e fluoro: uno dei legami più forti e stabili della chimica organica.

Questa struttura rende i PFAS eccezionalmente idrorepellenti (resistenti all'acqua) e oleorepellenti (resistenti ai grassi), ma anche virtualmente indistruttibili: non si degradano nell'ambiente e si accumulano progressivamente negli organismi viventi. Ed è proprio questa loro caratteristica il problema principale.

Differenza tra PFAS e PFOA

Quando si parla di PFAS, spesso emerge anche l’acronimo PFOA. Nei due termini però c’è una differenza: i PFAS rappresentano l'intera macro-famiglia chimica, mentre il PFOA (acido perfluoroottanoico) è una singola molecola appartenente a quel gruppo. In passato è stato largamente utilizzato in alcuni processi industriali, ad esempio nella produzione di rivestimenti antiaderenti come il Teflon (un polimero plastico sintetico).

Oggi, in molti Paesi, il PFOA è stato vietato o fortemente limitato, in quanto sostanza tossica. Eppure, la famiglia dei PFAS comprende migliaia di molecole diverse, non tutte completamente regolamentate.

Nei negozi, infatti, troviamo spesso diciture commerciali come “PFOA Free” o “Senza BPA e PFOA”, ma sappiamo davvero che cosa significano? La dicitura “PFOA Free” garantisce che nel processo produttivo non sia stato utilizzato l'acido perfluoroottanoico, ma, non esclude automaticamente la presenza di altri PFAS di nuova generazione. La dicitura “Senza BPA e PFOA” indica, invece, l'assenza sia del PFOA sia del Bisfenolo A, un interferente endocrino usato nelle plastiche policarbonate. Un ottimo indicatore di sicurezza, ma è sempre bene verificare l'intera filiera dei materiali.

Dove si trovano i PFAS

I PFAS possono essere presenti in numerosi prodotti di uso quotidiano. Si possono trovare in rivestimenti antiaderenti per pentole e padelle, in imballaggi alimentari resistenti ai grassi, in tessuti impermeabili o antimacchia, in alcune schiume antincendio e persino in cosmetici e prodotti per la cura personale.

È proprio questa ubiquità a rendere complesso il tema dell’esposizione quotidiana. Vediamo nel dettaglio a cosa è bene prestare attenzione:

PFAS nei cosmetici

La loro presenza nei cosmetici è oggi al centro dell’attenzione scientifica, soprattutto per il rischio di esposizione quotidiana e prolungata. Possono essere contenuti in diversi prodotti come nei trucchi waterproof e a lunga tenuta. Mascara, fondotinta, rossetti e creme resistenti all’acqua, infatti, possono utilizzare queste sostanze per migliorare la texture, la scorrevolezza e la durata del prodotto sulla pelle.

PFAS negli alimenti

L’esposizione può avvenire anche attraverso l’alimentazione. I PFAS possono accumularsi in pesce, carne, latte e vegetali provenienti da aree contaminate da acque o terreni inquinati. Un’altra fonte spesso sottovalutata riguarda i MOCA, ovvero i materiali a contatto con i cibi: contenitori anti-grasso, cartoni per pizza da asporto, sacchetti per popcorn da microonde e alcuni imballaggi alimentari possono contenere PFAS utilizzati per aumentare la resistenza ai grassi e all’umidità.

uomo cucina con padella antiaderente 

Proprio per ridurre eventuali contaminazioni, a partire dal 12 agosto 2026 in Europa entrerà in vigore il PPWR (Packaging and Packaging Waste Regulation), un regolamento per normare l’intero ciclo di vita degli imballaggi e i rifiuti di imballaggio. Tra le novità più rilevanti figura proprio il divieto di impiegare i PFAS negli imballaggi alimentari quando vengono utilizzati per conferire proprietà idrorepellenti o oleorepellenti oltre determinati limiti. Al loro posto, si cerca di favorire materiali più sicuri che possano stare a contatto con gli alimenti e non provocare danni alla salute.

PFAS nell’acqua potabile e minerale

L’acqua rappresenta una delle principali vie di esposizione ai PFAS. In diverse aree italiane, monitoraggi ambientali e campionamenti hanno rilevato la presenza di questi composti nelle reti idriche e, in alcuni casi, anche nell’acqua minerale. Le analisi condotte negli ultimi anni da enti pubblici e organizzazioni ambientaliste hanno acceso l’attenzione sulla qualità dell’acqua potabile e sulla necessità di controlli sempre più rigorosi, soprattutto nei territori già interessati da contaminazione ambientale.

Le zone geografiche colpite dai PFAS

L’inquinamento da PFAS rappresenta una delle emergenze ambientali più discusse degli ultimi anni per la capacità di queste sostanze di contaminare acqua, suolo e catena alimentare. Una delle principali vie di diffusione riguarda infatti le falde acquifere: in diverse aree italiane i PFAS sono stati rilevati nell’acqua potabile, portando le autorità sanitarie ad avviare controlli costanti sulle reti idriche, sulle fonti d’acqua e persino sull’acqua minerale.

Nel 2025 l’indagine nazionale di Greenpeace ha trovato PFAS nel 79% dei campioni di acqua potabile analizzati in Italia, con una diffusione molto più ampia del previsto, soprattutto in Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna. Il dato forse più significativo non è la percentuale in sé, ma il fatto che molte contaminazioni siano state trovate in aree senza grandi poli chimici noti. Segno che i PFAS stanno diventando una contaminazione “di fondo”, diffusa e strutturale.

Il monitoraggio ambientale è per questo diventato centrale nelle strategie di prevenzione e tutela della salute pubblica. In Italia, il caso più noto è quello del Veneto, considerato uno dei principali epicentri dell’emergenza PFAS in Europa. La cosiddetta “Zona Rossa PFAS” si estende su oltre 150 chilometri quadrati e coinvolge le province di Vicenza, Verona e Padova. La contaminazione è stata collegata al sito industriale della ex Miteni di Trissino, nel vicentino, da cui gli inquinanti si sarebbero diffusi nelle falde acquifere utilizzate da decine di comuni, esponendo al rischio oltre 300mila cittadini.

Negli ultimi anni, l’allerta PFAS ha interessato anche altre regioni italiane. In Piemonte, l’attenzione si è concentrata sull’area di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria, sede di un importante polo chimico. Segnalazioni e monitoraggi sono stati avviati anche in Lombardia e Toscana, dove alcune indagini ambientali hanno evidenziato criticità locali nei corsi d’acqua e nelle reti idriche, spingendo le autorità a rafforzare i controlli.

Quali sono gli alimenti più soggetti alla contaminazione da PFAS?

La criticità più seria, come conferma la relazione dell’Istituto Superiore di Sanità, è legata ai pozzi privati e agli alimenti prodotti localmente. Il monitoraggio effettuato su 1248 campioni ha evidenziato che alcune matrici animali accumulano concentrazioni molto più elevate rispetto ad altre.

Le uova prodotte nelle aree contaminate, ad esempio, possono contribuire fino al 42-48% dell’esposizione totale al PFOA, diventando in alcuni casi una fonte più rilevante dell’acqua stessa. Anche il fegato bovino, suino e avicolo, insieme al muscolo suino, mostrano livelli elevati di accumulo delle sostanze perfluoroalchiliche.

Lo studio distingue inoltre il comportamento delle diverse molecole: il PFOA è fortemente associato all’acqua contaminata, mentre il PFOS risulta più presente negli alimenti, soprattutto nel pesce e nei prodotti ittici.

Quali sono i possibili effetti dei PFAS sulla salute?

Uno degli aspetti più delicati riguarda la presenza dei PFAS nell’organismo umano, che possono essere rilevati nel sangue, dove tendono a persistere a lungo prima di essere eliminati. La via di maggiore esposizione ai PFAS è l’ingestione attraverso acqua e cibo contaminati, ma anche il contatto con superfici inquinate o l’inalazione di polveri contenenti queste sostanze.

Ma quali sono i possibili effetti a lungo termine del contatto cronico con i PFAS?

Gli studi sperimentali condotti sugli animali (in particolare su topi e ratti) hanno evidenziato possibili alterazioni a carico del fegato, della tiroide, del sistema immunitario e dell’apparato riproduttivo. Alcune ricerche hanno inoltre osservato effetti sullo sviluppo fetale e un possibile aumento del rischio di alcune forme tumorali.

Anche gli studi epidemiologici sull’uomo hanno rilevato associazioni tra livelli elevati di PFAS nel sangue e diversi indicatori di rischio per la salute. Sebbene siano necessarie ulteriori conferme, concentrazioni più alte di PFOA e PFOS (acido perfluoroottansolfonico) sono state collegate a un aumento del colesterolo nel sanguee, nelle donne in gravidanza, a un minor peso del neonato alla nascita.

In termini clinici, queste alterazioni vengono tracciate attraverso specifici biomarcatori di effetto: spie biochimiche - come le oscillazioni degli ormoni tiroidei (TSH) o l'innalzamento degli enzimi epatici (ALT) - che segnalano lo stress cellulare molto prima che si manifesti una patologia conclamata.

Alcune ricerche hanno inoltre evidenziato una possibile correlazione con disturbi della tiroide, ipertensione gestazionale, preeclampsia, diabete in gravidanza e un incremento dell’incidenza di tumori del rene e del testicolo.

Uno degli aspetti che più preoccupa gli esperti riguarda il comportamento dei PFAS nell’organismo. Una volta assorbite, queste sostanze persistono a lungo nei tessuti e nel sangue, contribuendo a un’esposizione cronica.

Come monitorare i PFAS nell’organismo

L’analisi dei PFAS non rientra negli esami di routine e viene eseguita soprattutto in contesti specialistici o di ricerca. Per le popolazioni residenti nelle aree a massimo impatto del Veneto (la Zona Rossa), la Regione ha attivato nel tempo piani di biomonitoraggio clinico e screening completamente gratuiti. Per chi si trova fuori da tali programmi o risiede in altre zone d'Italia, invece, il monitoraggio dei PFAS nel sangue dovrà essere eseguito in regime privato.

Trattandosi di analisi tossicologiche ad altissima specializzazione (eseguite tramite spettrometria di massa), non tutti i laboratori clinici standard sono attrezzati per eseguirle. Il costo per un esame privato varia mediamente tra gli 80 e i 150 euro nelle strutture convenzionate, ma può superare le diverse centinaia di euro se richiesto in laboratori privati specialistici fuori regione e su un numero esteso di molecole.

Oggi, l'interpretazione di questi dati e la gestione del carico tossico complessivo trovano spazio soprattutto nella medicina funzionale. Questo approccio clinico analizza l’interazione dinamica tra il patrimonio genetico dell'individuo e l'esposoma ambientale, strutturando percorsi personalizzati di protezione e supporto per la riduzione dell'infiammazione cronica l'accumulo delle sostanze.

Come proteggersi dai PFAS

L'eliminazione biologica dei PFAS è estremamente lenta: il tempo di dimezzamento delle molecole accumulate nei tessuti umani può richiedere dai 3 ai 5 anni, a patto che cessi completamente l'esposizione.

Di fronte a questo scenario, possiamo però tutelarci attraverso piccole accortezze che possono contribuire a ridurre il danno complessivo a cui potremmo essere esposti:

  • limitare prodotti con trattamenti anti-graffio o anti-grasso;

  • scegliere cosmetici più trasparenti nella composizione: evitare cosmetici che contengono ingredienti con i termini "fluor", "perfluor" o "polyfluor";

  • filtrare l'acqua domestica: i normali filtri a caraffa non sono sufficienti. Per abbattere i PFAS dall'acqua del rubinetto sono necessari sistemi domestici a carboni attivi granulari di alta qualità o impianti a osmosi inversa, che devono essere regolarmente mantenuti per evitare l'effetto saturazione;

  • variare l’alimentazione: i PFAS si accumulano nei grassi animali e nei prodotti ittici. Variare le fonti proteiche e la provenienza geografica dei cibi riduce la probabilità di esposizione cronica concentrata;

  • in cucina scegliere materiali alternativi come acciaio inox, ghisa o in pietra naturale idonea soprattutto quando non è chiaro il tipo di rivestimento delle padelle antiaderenti (se una vecchia padella antiaderente nera presenta graffi profondi, abrasioni o il rivestimento tende a sfogliarsi, è il momento di sostituirla!).

  • mangiare alimenti ad alto contenuto di fibre, soprattutto quelle solubili gelificanti come i beta glucani presenti nell’orzo o avena, può facilitare l’eliminazione dei PFAS dall’organismo.

Si può davvero eliminare la contaminazione da PFAS?

La diffusione capillare dei PFAS rende evidente quanto sia difficile evitare completamente il contatto con queste molecole ormai presenti in numerosi alimenti e prodotti di uso comune.

Proprio per questo, è necessario aumentare la consapevolezza su queste sostanze e sui principali vettori di esposizione. Saper riconoscere dove possono trovarsi e comprendere i contesti in cui si accumulano consente di adottare comportamenti più informati e responsabili, riducendo in modo significativo il rischio di contatto prolungato. In un’ottica di prevenzione e salute, la conoscenza diventa il primo strumento di protezione.


Angela Osti

Scritto da

Angela Osti

Redazione ViviReale

Riferimenti bibliografici
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  • Dipartimento di Sicurezza Alimentare, Nutrizione e Sanità Pubblica Veterinaria, 2019, Contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche in Veneto. Valutazione dell’esposizione alimentare e caratterizzazione del rischio

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  • Regione Veneto, 2016, Relazione in tema di sostanze perfluoroalchiliche prodotte dalla ditta Miteni Spa di Trissino (VI)

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